ci siamo dati appuntamento per camminare in città, fermandoci ogni tanto per pensare e parlare. le parole e le immagini di questo blog nascono da queste camminate senza itinerari precisi né mete, nel tempo indefinito della domenica mattina. sono anonime perché appartengono all'esperienza collettiva che abbiamo condiviso. non sarebbero potute nascere altrimenti. insieme disegnano la mappa di uno spazio in movimento all'interno della città in cui viviamo, treviso. quante e quali mappe potrebbero nascere da altre città? quanta forza scaturisce dall'unione dei nostri sguardi e pensieri? vi invitiamo a inviarci I vostRI.


mercoledì 12 maggio 2010

scollamento

La serata sulle mappe è stata un'interessante occasione di confronto sulla necessità di rappresentare i luoghi attraverso significati e non semplici misurazioni. Partendo dalle mappe medioevali si è posto l'accento sul valore iconografico che queste possedevano e di come questo sia andato perduto con l'avvento della geografia e la rappresentazione geometrica del territorio.
L'ultima diapositiva rappresentava la mappa di Treviso sovrapposta all'immagine di una scheda madre di un pc, che vista dall'alto è una curiosa rappresentazione dei "circuiti" di alcune città. Quest'ultima è stata un'interessante stimolo al dibattito che è seguito.
E' emerso così il termine "scollamento", com'è avvenuto con la passeggiata fatta a Treviso riscoprendo pezzi di città "spenti" non più sotto i riflettori di un possibile utilizzo.
La riscoperta è potuta avvenire grazie allo scollamento tra la percezione usuale della città data dagli spostamenti abituali, condizionati da ritmi e cadenze quotidiane, e l'abbandono ad una percezione sensibile, non condizionata.
Si è discusso su come sia possibile disegnare mappe che rappresentino questo scollamento, cioè la dimensione simbolica della nostra percezione della città.
Nella mia esperienza credo di aver vissuto spesso questo scollamento nel percepire i luoghi da me visitati e non solo le città ma anche i paesaggi naturali.
Come?
Perdendomi.
Si, perdersi è forse l'unico modo per amplificare i nostri ricettori, dove il ritrovarsi è la naturale conclusione di un percorso. Muoversi senza pregiudizio, abbandonandosì ad una curiosità quasi infantile.
E tutto ciò che avviene tra il momento in cui ci si perde e quello in cui ci si ritrova, è il disegno di una mappa, più simbolica che metrica. A Venezia per esempio, perdersi è una esperienza quasi mistica. Lo smarrimento accentuato dell'articolarsi di un tessuto così irregolare e sovrapposto, dove compressione e dilatazione si susseguono, quasi senza sosta, come un respiro, che accelera e rallenta, senza mai fermarsi. Tanto più che è un'isola, e noi sappiamo che in qualsiasi direzione andremo prima o poi troveremo un limite, un contenitore, l'acqua. E questo forse rassicura, a me lo ha fatto, a Venezia posso perdermi senza il timore di non ritrovarmi.
Mi domando, quanto si è ancora disposti a perdersi, a disorientarsi, a rinunciare ai nostri riferimenti acquisiti nel tempo con la formazione e l'esperienza, a fare lo sforzo teso a provocare lo scollamento, la perdita forse di ciò che ci ha aiutato ad orientarci fin d'ora.
Il bisogno di uno smarrimento quale condizione necessaria per un confronto critico. Il coraggio di abbandonare, magari per poco, l'appoggio di conoscenze e convinzioni che ci hanno sorretto ma anche legato ad un ormeggio invisibile.…

ma il naufragar, non ci è dolce in questo mare?

sabato 8 maggio 2010